Psicologi per salvare il lavoro italiano

Essendo stato incaricato dai colleghi di rappresentarli in Europa sin dall’inizio degli anni ’90, mi sono sentito impegnato ad importare in Italia quelle competenze che i nostri colleghi esteri avevano sviluppato e che qui erano ancora assenti. Dalla metà degli anni ’90, come fondatore ed allora presidente di Form-AUPI, istituto di formazione dell’AUPI, il sindacato degli psicologi, ho organizzato vari corsi di formazione finanziati dal Fondo Sociale Europeo, e che appunto vengono gestiti dagli istituti di formazione emanazione dei sindacati, col fine di riqualificare lavoratori, anche già laureati e già specializzati, ma a rischio disoccupazione, come lo sono i nostri troppi psicologi psicoterapeuti. Varie competenze psicologiche sono state oggetto di questi corsi FSE, di regola finanziati a livello regionale: il riconoscimento del diritto d’asilo e dello status di rifugiato, la PMA, il ricollocamento lavorativo in vari settori ecc.  Uno di quei filoni però non si può affatto dire smaltito: avendo verificato che negli altri Paesi europei un buon 3% dei colleghi lavorava utilmente per la sicurezza e sostenibilità del traffico e dei trasporti, mentre nessuno di noi vi lavorava in Italia, avevamo organizzato vari di questi corsi in alcune Regioni, con i migliori docenti europei, discreti risultati iniziali, ed ulteriori sviluppi recenti, anche se il risultato pieno è ancora frenato dalla anomala normativa italiana sulle assicurazioni (cfr http://bit.ly/2m1zIjW ): siamo stati anche coinvolti come www.sipsivi.org  in molti progetti europei  volti a far guidare meglio; però abbiamo notato maggiori difficoltà di nostro coinvolgimento in quelli volti a far guidare meno. Questi ultimi disdegnano i Paesi come il nostro, troppo dedito alla motorizzazione privata individuale su gomma da petrolio; invece gli altri, che preferiscono la mobilità collettiva su ferro da elettricità della sorgente da essi giudicata più conveniente, cioè quella nucleare, sono strutturalmente collegati a consorzi finanziati dal filone Euratom.

Qui bisogna affrontare una buona volta i motivi per cui non siamo ancora riusciti a sviluppare quella competenza che decisamente si erge al si sopra di tutte le altre, tanto da meritare una trattazione prioritaria. Il nostro Paese ha un disperato bisogno di quella competenza, che parecchi nostri  colleghi psicologi europei hanno acquisito, sviluppato ed esplicato in una serie di progetti Euratom, molto più finanziati che i banali corsi FSE, in quanto importantissimi non solo per la mobilità, ma per l’intero sviluppo economico dei propri Paesi. Purtroppo la sua assenza in Italia risulta determinante per la nostra economia vacillante (cfr http://bit.ly/2mC3OqX ), il nostro lavoro sfuggente (cfr. http://bit.ly/2mBOESr ), la nostra stessa permanenza nel contesto dell’UE. Non possiamo più fare a meno della competenza di quei colleghi psicologi che, insieme a fisici, ingegneri, biologi, medici, economisti ed altri ancora, intervengono sulle popolazioni per migliorarne le capacità di fare le scelte più convenienti in materia di energia, nei progetti che qui verranno citati dettagliatamente più avanti. L’Italia non è l’unico Paese europeo ad esserne privo: anche la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda combinano questa assenza con un peculiare orrore per la sorgente nucleare ed una deteriorata economia.

Questo scisma cognitivo sul nucleare in Europa rende sbilanciata e sleale la concorrenza nel Mercato Unico, sino a farlo crollare, insieme a tutta la costruzione europea. La quale era stata fondata sull’esatto opposto con uno dei due Trattati firmati a Roma il 25 marzo 1957, sessant’anni fa.  Non solo e non tanto perché, dal primo articolo, tale “Trattato Costitutivo della Comunità Atomica Europea”, più noto come Euratom, assume “il compito di contribuire, creando le premesse necessarie per la formazione e il rapido incremento delle industrie nucleari, all’elevazione del tenore di vita negli Stati membri”: di tutti gli Stati membri, non di una parte a scapito degli altri. Ma soprattutto, ai sensi di tale Trattato, la Comunità  “deve” sin dal primo punto a) del successivo art. 2, “assicurare la diffusione delle cognizioni tecniche”. Vedremo invece che tali “cognizioni tecniche” sul nucleare, incluse le distorsioni della sua percezione psicologica, sono state sì diffuse con un fiume di denaro (proveniente anche dalle nostre tasche italiane) su una parte ben delimitata di Paesi membri, ma intanto le stesse “cognizioni tecniche” sono state rigorosamente e deliberatamente precluse ad un altro gruppo di Paesi membri, fra cui l’Italia. Sistematicamente, quella serie di progetti finanziati dall’Euratom ha disseminato sì nelle popolazioni  attornianti le attuali centrali nucleari precise nozioni sulla quantità di radiazioni da esse emanate, sia durante il loro regolare funzionamento sia negli incidenti, ma contestualmente tali radiazioni sono state sempre raffrontate con la radioattività naturale o comunque derivante da altre sorgenti. Così questo gruppo di popolazioni, anche dopo incidenti come quello di Fukushima, ha conservato (ed anzi aumentato, come vedremo) il proprio favore per il nucleare, proprio grazie a quei confronti: loro sanno ad es. che gli oceani abbondano in uranio, tanto da garantirne l’approvvigionamento futuro, e le immissioni da Fukushima risultano infinitesimali. Ad es. gli svedesi, che già ottengono metà dell’energia dal nucleare, e l’altra metà dall’idroelettrico, avendo notato che quello tsunami, abbattendo una diga, aveva causato 18mila vittime, ed alcune altre centinaia per l’esplosione di centrali a fossili, ma nessuna vittima dal nucleare, hanno deciso la costruzione di altre dieci centrali nucleari, per ridurre altre dipendenze più pericolose: decisione unanimemente condivisa da Governo, opposizione e verdi, tutti bene informati anche dai nostri colleghi.   Viceversa alle popolazioni deprivate del nucleare, come quella italiana, non è mai stato consentito soppesare i  pericoli rispettivi, neppure quelli veri della radioattività; sapere ad es. che i sampietrini su cui camminiamo tranquillamente sono altamente radioattivi perché contengono Torio, altra grande riserva di combustibile nucleare, così che Piazza San Pietro risulta  diciassette volte più radioattiva della zona proibita di Chernobyl a cento metri dal 4° reattore (quello interessato dall’esperimento del 26 aprile 1986); che una sola banana infligge tante radiazioni come un anno di servizio interno ad una centrale nucleare; per non parlare della noncuranza con cui noi italiani accettiamo esalazioni di radon che non misuriamo né evitiamo quanto le popolazioni che sono filo-nucleari però il radon lo conoscono ed evitano, e così via: manca qui tutta la vasta congerie di queste “informazioni tecniche”  inculcate invece dai progetti Euratom nella cultura popolare di base dei Paesi nostri concorrenti. Soprattutto, quegli altri Paesi conoscono benissimo le graduatorie dei morti causati dalle varie sorgenti di energia, tutte più micidiali del nucleare. Fra queste molte graduatorie riprendiamo ad esempio:

Loro sanno anche stimare quante morti aggiuntive ha causato la nostra scelta anti-nucleare, semplicemente applicando ai nostri consumi energetici italiani i calcoli effettuati ad es. da Scientific American http://blogs.scientificamerican.com/the-curious-wavefunction/nuclear-power-may-have-saved-1-8-million-lives-otherwise-lost-to-fossil-fuels-may-save-up-to-7-million-more/  Qui c’è una cortina di fumo, uno scisma cognitivo che spacca in due l’Europa e la sua bellissima Unione. Come vedremo nei capitoli seguenti:

  1. La Francia approfitta della spaccatura cognitiva sul nucleare per risucchiare le nostre imprese;
  2. La Commissione europea è diventata attivamente responsabile di questo scisma cognitivo;
  3. Un tentativo italiano di individuare l’origine dello scisma viene boicottato dalla Commissione;
  4. In conclusione, cosa si può fare prima che sia troppo tardi.

 

  1. La Francia approfitta dello scisma cognitivo sul nucleare per risucchiare le nostre imprese

In particolare è la Francia a guidare il gruppo di Paesi che usano il nucleare per impadronirsi del lavoro italiano. Grazie al suo prezzo dell’energia per le imprese abbassato dal nucleare ad un quinto di quello italiano, la Francia ha risucchiato più delocalizzazioni italiane che qualsiasi altro Paese al mondo. Possiamo vederlo inequivocabilmente cliccando http://bit.ly/2lRAU6i  sul Power Point che segue questo articolo nelle stesso sito del Dipartimento di Psicologia di UNISRITA: le due graduatorie comparate, quella dei prezzi al Kwh e quella del numero delle delocalizzazioni, sono rigorosamente corrispondenti, sino al mezzo cent.

In un articolo su “Villaggio Globale” http://rivista.vglobale.it/temi/899-dentro-l-energia/il-controllo-dell-energia/trappole-nascoste/17175-non-basta-schierarsi-a-favore-delle-rinnovabili.html , dal rinvio della promessa chiusura della centrale nucleare francese di Fessenheim, deducevo la malafede sottostante alle promesse riduzioni complessive dal 75% al 50 entro il 2015, e poi addirittura al 25%. Avendolo consegnato in redazione a Febbraio 2015, non conoscevo ancora la riconversione al nucleare deliberata dal Senato francese il 3 Marzo http://www.lemonde.fr/planete/article/2015/03/03/le-senat-adopte-une-loi-de-transition-energetique-renuclearisee_4586720_3244.html , con cui viene cancellato il termine del 2025, senza essere sostituito con alcun altro termine, ed anzi viene aggiunta la costruzione immediata di una nuova centrale a Flamanville. Questa costa alla Francia meno di quanto le paghiamo in un solo anno per l’elettricità che ci vende, mentre con il nuovo abbattimento delle emissioni derivato dalla nuova centrale la Francia si sdebita degli impegni climatici sottoscritti fra  Paesi Membri dell’UE  il 24 ottobre 2014, lasciando noi a schiacciare ulteriormente la nostra industria fossil-dipendente ed ad aumentare del 40%  le nostre inaffidabili e costosissime rinnovabili. Ancora una volta, un gioco delle tre carte, operato ai nostri danni dall’establishment francese in perfetta attuazione delle interessate indicazioni degli imprenditori nazionali, come vediamo sollecitato nel sito del Governo stesso: « Peser sur le cadre de régulation européen et international dans le sens de nos intérêts. La régulation internationale est un lieu de compétition internationale pour les entreprises. Il est important de mieux intégrer leurs intérêts offensifs comme défensifs en amont des prises de positions françaises dans les enceintes normatives. Ouvrir le Quai d’Orsay aux entreprises en amont des négociations internationales et européennes. Il est primordial pour le ministère des Affaires étrangères de structurer le dialogue avec les entreprises en amont des négociations internationales car la régulation internationale est un enjeu de compétition entre nos économies. Des consultations en amont sont organisées via les organisations professionnelles représentatives et sectorielles». Grazie a questa loro influenza diretta (en amont, a monte, ripetuto tante volte) sui nuovi accordi europei, che a differenza di quelli mondiali sono già vincolanti, gli imprenditori francesi hanno conquistato migliaia delle nostre produzioni, quasi tutta la nostra grande distribuzione (Carrefour, Auchan, Bennet, Billa, Leroimerlin, Leclerc ecc.) ed ormai arrivano ad impadronirsi pure dei nostri gangli vitali. Nel numero del 13 agosto 2015 de L’Espresso, a pag. 14-16, si riassume come il gruppo francese Vivendi, guidato da Vincent Bolloré, è “diventato l’azionista di comando di Telecom Italia… snodo centrale dei futuri assetti della telefonia nostrana. E molti analisti vedono il gruppo francese, che Oltralpe possiede la pay TV Canal+,  pronto a giocare un ruolo da protagonista anche in campo televisivo”. Come sta infatti succedendo ai danni di Mediaset. Non sarà difficile preconizzare come verrà usata la futura influenza sulle opinioni nostre, dopo che avremo passato in rassegna i due pesi e le due misure con cui sono già stati gestiti i progetti europei relativi alle “conoscenze tecniche” e le derivanti opinioni sul nucleare.

  1. La Commissione europea è diventata attivamente responsabile di questo scisma cognitivo.

Varie azioni finanziate dall’UE sono state dedicate a migliorare l’interazione fra gli sviluppi nucleari e le popolazioni che stavano loro attorno, ad es. KARITA (http://www.karita.se/docs/SKI_Report_2004_08.pdf); COWAM (finanziato in varie fasi: COWAM, COWAM 2 e COWAM in Practice, tutti i report sono disponibili sul sito COWAM : http://www.cowam.com ); ARGONA (http://www.argonaproject.eu ); IPPA (http://www.ippaproject.eu ); PIPNA (http://www.mutadis.org/index.php/en-cours/134-pipna ) ecc., normalmente coinvolgendo un ampio numero di parti, più o meno organizzate, di tali società civili, partendo dalla loro vicinanza geografica alle infrastrutture nucleari, ed arrivando sino al livello nazionale. Alcuni hanno pure tentato di coinvolgere organizzazioni internazionali (ad es. nell’ultimo citato progetto PIPNA: “ENSREG, EESC, FORATOM, ETSON, EUROCLI, e le maggiori NGO o federazioni coinvolgenti attori della società civile a livelli UE come ANCCLI o GMF insieme ad iniziative come Aarhus Convention and Nuclear – ACN ed ENEF).

Ma nessuno di questi progetti ha tentato di scalfire la disinformazione nei Paesi anti-nucleari, così da contrastare due tendenze divergenti che sono state rilevate da Eurobarometer: “I cittadini nei Paesi che hanno centrali nucleari sono considerabilmente più propensi a sostenere l’energia nucleare che non i cittadini negli altri Paesi (In grassetto nel testo di Eurobarometer). Che esiste un forte legame fra queste due variabili – sostegno all’energia nucleare e presenza di centrali di energia nucleare nel Paese di appartenenza – è chiaramente enfatizzato dal fatto che tutti i Paesi che dimostrano un forte sostegno, sopra la media, per l’energia nucleare hanno in effetti centrali nucleari. Il sostegno più forte viene trovato nella Repubblica Ceca ed in Lituania, ma anche in Ungheria, Bulgaria, Svezia, Finlandia e Slovacchia sei, o più, su dieci intervistati rispondenti sono in favore della produzione di energia da centrali nucleari (…)    Il sostegno più basso per l’energia nucleare, d’altra parte, viene chiaramente trovato nei Paesi che non hanno centrali nucleari.” (Citato da pagina 6 del Rapporto Eurobarometer http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_297_en.pdf )

Come documentato nel convegno “Nuclear Italy. Storia internazionale del nucleare italiano https://www.elettra.trieste.it/Conferences/2014/NuclearItaly/index.php?n=Main.HomeIta“ anche la storia dell’ENEL, istituito negli stessi giorni della tragica morte di Mattei, mostra una progressiva “transizione energetica” dalla preferenza per la sorgente nucleare di elettricità (nei progetti precedenti la morte di Mattei), verso le sorgenti fossili, specialmente idrocarburi, preferiti dopo la morte di Mattei. Il quale avrebbe voluto fondere ENI ed ENEL in un unico ENE, Ente Nazionale Energia. Dopo la sua morte le ferrovie italiane cominciarono a “tagliare i rami secchi”, le nostre città sradicarono le rotaie dei tram, mentre la Francia e gli altri Paesi pro-nucleari sceglievano proprio quella mobilità collettiva su ferro da elettricità da sorgente nucleare, considerata la più sostenibile anche ambientalmente. Come risultato di questa scelta modale divergente, basta aprire Google-maps per vedere come le città italiane si sono sviluppate lungo le strade, in forma di polipo, mentre quelle dei Paesi filo-nucleari si sono compattate attorno alle stazioni ferroviarie. L’efficienza economica ed il livello di vivibilità delle nostre città ne ha molto sofferto: ad es., la media degli spostamenti giornalieri nelle città italiane resta ancorata ai due, mentre in quegli altri Paesi può raggiungere i quattro. I progetti europei ESCAPE http://www.escapeproject.eu/  hanno documentato le scie di morti inflitte alle nostre città da queste scelte per le sorgenti fossili, di gran lunga le maggiori alternative al nucleare, molto più che le cosiddette, molto eufemisticamente, energie alternative.

La Commissione europea si lava le mani per queste nostre scelte radicalmente scismatiche, come non fossero condizionate dalla nostra esclusione dai progetti da essa assegnati solo ad alcuni altri Paesi.  La IEA, Agenzia Internazionale per l’Energia, un organismo dell’OCSE con sede in Parigi, ha pubblicato nel 2008 una rassegna http://www.iea.org/publications/freepublications/publication/eu2008.pdf  della così differenziata politica energetica dell’UE. A pagina 27 tale rassegna, basata su una visita alla Commissione Europea, dichiara che: “Riconoscendo le sensibilità riguardanti alcuni aspetti della politica energetica in alcuni Paesi membri, la azioni UE di politica energetica hanno sempre rispettato, e continueranno a rispettare, due principi: primo, che gli Stati membri sono ultimativamente responsabili per il loro mix energetico nazionale; e, secondo, che le risorse energetiche indigene sono una risorsa nazionale, non Europea”. In effetti, sarebbe difficile cambiare le “sensibilità” di qualunque popolo, anche infra-nazionale come lo Scozzese, che è tentato di staccarsi dal Regno Unito proprio perché considera i propri idrocarburi come “risorse energetiche nazionali”. E neppure è questo uno scopo del Trattato Euratom. Ma è possibile, ed anche uno scopo dei trattati fondanti la costruzione europea, non aumentare quel tipo di sensibilità circa la capacità di fare scelte “indigene” nelle sorgenti energetiche, contrapposte alle scelte di altri Stati membri. Questi atteggiamenti sociali soggettivi, neppure dopo che siano stati ratificati da due referendum (oltretutto incostituzionali, come abbiamo visto nell’articolo sopra citato in “Villaggio globale”), non dovrebbero essere lasciati inclusi sotto il significato di obiettive “risorse energetiche”.

Secondo la Commissione, siamo solo noi italiani ad aver voluto ignorare come sia morto Mattei,  siamo solo noi ad avere lasciato sparire dimenticati tutti quelli che hanno provato ad interessarsene: il giornalista Mauro De Mauro, il giudice Scaglione saltato in aria il giorno prima di depositare quanto De Mauro gli aveva confidato di aver scoperto, poi Pier Paolo Pasolini, massacrato mentre stava mandando a stampa “Petrolio”, senza riuscire ad includervi il capitolo “lampi sull’ENI”, ma ufficialmente lo consideriamo ancora massacrato da Pelosi; siamo solo noi ad aver liquidato il CNEN ed il suo presidente Felice Ippolito, anzi abbiamo premiato con due presidenze della Repubblica (e del CSM) i suoi due accusatori, Giuseppe Saragat e Giovanni Leone; siamo solo noi ad avere liberamente eletto quei parlamentari che hanno scagionato i propri partiti politici destinatari dei fondi scoperti dai due “scandali dei petroli”; e così via. Solo noi accettiamo che il contratto dei nostri giornalisti sia gestito dai petrolieri. Quindi la stessa Commissione si sente in dovere di non disturbare queste nostre libere scelte, e dunque di non infliggerci, attraverso la menzionata serie di progetti europei, quelle “conoscenze tecniche” da noi stessi ostinatamente rifiutate.

Del resto la Commissione è generosissima con gli italiani, proprio come abbiamo visto nei progetti europei sul guidare meglio, così anche sui progetti miranti al futuribile nucleare da fusione, adottato come fattibile, anzi, prioritario ed urgente, per la prima volta nella sede milanese della Democrazia Cristiana, proprio nel periodo fra i due scandali dei petroli, mentre i francesi iniziavano a costruire 50 centrali nucleari da fissione in un solo decennio. Salvo ammettere la sua procrastinazione perpetua, sostituendo il progetto IGNITOR (che prospettava direttamente l’accensione) con il progetto ITER, cioè il cammino senza meta: “ci vogliono ancora 30 anni, e sempre ci vorranno”, scherzano in quel giro.

  1. Un tentativo italiano di risalire all’origine della divaricazione cognitiva viene boicottato dalla Commissione.

L’ingiusta discriminazione che ci infligge la Commissione può essere disinnescata solo mediante due operazioni contestuali: a) confrontare le due storie divergenti dei Paesi anti-nucleari e pro-nucleari in materia, e b) verificare con una finalmente duplice e finalmente comparata indagine demoscopica quale scisma cognitivo sia stato generato da quelle due storie divergenti.

Ambedue queste operazioni sono state richieste dall’ultima proposta della Commissione in materia, con la topica del programma di lavoro “NFRP 12 – 2015: Past and recent history of nuclear developments and interaction with society, Storia passata e recente degli sviluppi nucleari ed interazione con la società”. A rispondere a quel bando si sono preparati, come al solito, due consorzi avviati dai paesi pro-nucleari. Uno guidato dagli Svedesi, ed un altro guidato dagli Spagnoli, anzi, più precisamente, dai Catalani. Anche se la data di scadenza del bando era il 17 Settembre 2014 alle 17, quelle due bozze di risposta erano già tratteggiate nella primavera di quell’anno. Ambedue ignoravano la storia del nucleare italiano, e segnatamente quella della sua crisi, a partire dalla morte di Mattei. Nella bozza di progetto dei Catalani, già molto prolissa nella primavera del 2014, tutta la vicenda dei Paesi divenuti anti-nucleari, senza neppure nominare l’Italia, veniva riassunta, testualmente, come un “cambio di vento politico”: tout court. Abbiamo fatto delle avances proprio verso i Catalani, per integrare semplicemente queste loro vistose lacune, senza bisogno di presentare un progetto italiano autonomo, però siamo stati rifiutati senza spiegazioni. Lo stesso è accaduto per la cordata coordinata dagli svedesi, nonostante che i contatti fossero stati tentati attraverso colleghi con cui abbiamo collaborato in progetti precedenti, prevalentemente per la sicurezza stradale ma non solo, e con cui collaboriamo tuttora felicemente ed amichevolmente. Questo tema ci era dunque precluso, come già quello analogo, dell’altra scelta modale.

Avevo dato la disponibilità, insieme ad alcune reti di ricercatori europei di cui faccio parte, e con molti nuovi ampliamenti, per collaborare con ENEA www.enea.it  dove la storia passata e recente della materia è ben nota. Il nome originario di ENEA “Ente Nazionale Energia Atomica” coincideva con i trattati “Atomi per la pace” ed “Euratom”. Tuttavia, questo orientamento iniziale è stato sopravanzato, soprattutto per interventi politici, da preferenze per le energie alternative al nucleare, parallelamente ai due referendum italiani che hanno rigettato l’energia nucleare. All’interno delle competenze di ENEA restano esempi di atteggiamenti contraddittori della società verso tutte le cose nucleari: un gruppo di tecnici ha continuato a partecipare convintamente a  progetti Euratom sulla fissione, ma quelli senza psicologi, ed altri trovano più semplice fruire della marea di fondi italianizzati per la fusione. Col primo dei due gruppi,  sulla fissione, intendevamo avviare un dialogo più sereno fra le due parti avverse, che ormai sono arrivate ad accusarsi reciprocamente di follia. Spiegare l’origine delle divergenze rende sempre più ragionevoli gli uni verso gli altri e viceversa, in inglese “saner”, che così abbiamo adottato come acronimo del nostro progetto: “SANER, Social Attitudes to Nuclear Energy Risks”. Questa vicenda merita di essere qui ben dettagliata, perché più esemplare che tanti altri riscontri analoghi sulla stessa discriminazione europea contro l’Italia.

Prima di decidere che ENEA fungesse da coordinatore del nostro progetto SANER, invece che altri partner pure disponibili, lo stesso ENEA ha inviato un quesito al Direttore competente, un belga (Paese fra i massimi utilizzatori di nucleare), subito dopo il suo ritorno dalle ferie, prima della fine di Luglio: chiedevamo se i due piccoli reattori esclusivamente sperimentali e non commerciali che ENEA tiene operativi non costituissero conflitto d’interesse a tale coordinamento. A quel Direttore competente si chiedeva conferma della nostra convinzione che ENEA non poteva essere in conflitto di interesse, stante pure il vincolo che ben due referendum hanno imposto ad ENEA, ente pubblico non commerciale, a non sviluppare centrali nucleari.  Il Direttore non ha risposto durante tutta l’estate, e quel silenzio interpretato come assenso ci indusse ad abbandonare la scelta di altri coordinatori. Inopinatamente però lui ha risposto alle 16,14 del 16 settembre, cioè otto ore lavorative e tre quarti prima della scadenza del bando: quella sua lunga e cortese email spiegava che ENEA non poteva essere il coordinatore del progetto, ma poteva esserne un attivo partner; quindi indicava ad ENEA come organizzare utilmente la propria partecipazione, dopo che il consorzio fosse stato ristrutturato con un altro coordinatore. La tempistica stessa della risposta, che impediva di rovesciare i rapporti con tutti i 22 partner del consorzio, ed i suggerimenti su come continuare a lavorare alla stessa topica, ci facevano apparire come scontato che il bando sarebbe stato ripetuto identico, poco dopo. Anche perché lo stanziamento complessivo per la topica specifica, per otto milioni di Euro, di cui in questa prima tornata era previsto l’uso di soli due o tre milioni, non era esauribile tutto in questa sola volta.

In attesa del nuovo bando, il 25-27 maggio 2015 sono andato a Stoccolma ad un seminario http://www.delegia.com/app/attendee/default.asp?ProjectId=5669&PageId=34869  tenuto dai soliti partecipanti ai progetti menzionati all’inizio del capitolo 2 (fra cui molti psicologi), sapendoli interessati anch’essi al lancio di un nuovo bando. Insieme a tutto l’uditorio del convegno, ho atteso con fiducia la relazione del vice del Direttore suddetto, un funzionario francese, avvenuta in plenaria nel primo pomeriggio del martedì 26. Fra la costernazione mia e di tutti gli altri uditori, egli ha detto che solo nell’autunno sarebbe uscito un nuovo bando, con scadenza non prima della primavera 2016; quel ch’è peggio, con soli uno o due milioni in dotazione e, peggio ancora, con una destinazione vastissima e generica, per tutte le dinamiche sociali concernenti tutte le problematiche energetiche.  Non io, ma un altro fra i presenti, peraltro coordinatore di una specifica sessione su questi temi, e della cordata degli svedesi nel bando precedente (che egli sapeva già di aver perso contro i Catalani, come ho saputo dopo) ha obiettato al vice-Direttore quello che avrei obiettato anch’io: che la scabrosità degli atteggiamenti sociali verso il nucleare, cui era specificamente destinata la topica di cui sopra, veniva così inopinatamente trascurata ed archiviata come fosse inopinatamente risolta. Il vice-Direttore ha risposto che nulla vietava di riprendere questo specifico tema rispondendo al nuovo bando, il quale non esclude il tema nucleare, pur non avendolo ad oggetto specifico come invece lo aveva sia il bando precedente, sia originariamente l’intera topica da otto milioni. Che saranno adesso dirottati sugli sviluppi tecnologici, indipendentemente da “SSH, Social Sciences and Humanities”. Fra la delusione generale siamo andati al coffee break, dove molti convegnisti hanno ribadito queste lagnanze attorniando il vice-Direttore. Il quale rispondeva sempre che questa svolta non andava imputata a lui, che sembrava non condividerla affatto, bensì al suo capo. La sensazione era che lui personalmente non desiderasse inibire queste lagnanze, che infatti sono continuate. Per parte mia, gli ho mostrato il dépliant del successivo Congresso Europeo di Psicologia, vantando di avervi imposto io il titolo “Linking Technology and Psychology”, un intento che lui aveva rivendicato come anche suo. A questo punto ho potuto lamentare anch’io che, per un (non meglio precisato) “malinteso” con il suo capo avevamo perso l’occasione di far venire quella bella gente, con tanta expertise utilissima a fronteggiare la riedizione della rivolta di Scanzano Jonico, che si prospetta durante la mediazione ambientale preannunciata dal Ministro Galletti.  Gli ho descritto l’allarmante situazione italiana: migliaia di tonnellate di scorie sparse ed indifese, anche provenienti dalle nostre sovrabbondanti prescrizioni sanitarie, ed il nostro bisogno di importare subito quelle esperienze che lui stesso si era vantato di aver generato per primo. Non gli ho ripetuto le obiezioni che gli altri gli avevano fatto contro l’esigua dotazione di quel bando da lui testé prefigurato, però ho evidenziato che sarebbe troppo generico e comunque troppo tardivo rispetto ai tempi dell’allora annunciata scelta governativa del sito nazionale italiano. Ho aggiunto qualche altro allarme sul nostro Paese, che risulterebbe poi molto grave non aver minimamente cercato di prevenire. Essendo stato presidente dell’Ordine degli Psicologi durante la rivolta di Scanzano, dovevo ammettere che non eravamo stati minimamente coinvolti. Ora potrà succedere di peggio, e sarà stato peggio non aver cercato di prevenirlo. Ho visto che lui si è messo a telefonare, e per buona educazione non gli sono rimasto vicino. Neppure dopo, quando lui ha ripreso a telefonare vicino a me, che stavo parlando con altri. Quando l’indomani mattina si è seduto subito dietro di me, dato che un relatore stava prospettando un sito unico europeo per le scorie radioattive, gli ho scritto un biglietto più o meno così: “Si vous, de la Commission, annoncez que vous travaillez à une solution unitaire, vous pourriez épargner à l’Italie la prochaine révolte annoncée contre le nouveau site des déchets radioactifs”.  Quando mi sono rigirato per vedere la sua reazione, mi ha chiamato molto gentilmente per nome, e mi ha rassicurato che il giorno prima aveva già aggiornato (“ranseigné“) il suo capo riferendogli quanto gli avevo detto poco prima, e che il dialogo adesso era aperto. Ho preferito rinviare ogni nuovo contatto, in attesa di vedere chi nel frattempo avesse vinto il bando precedente. Qui allego il link al progetto dei Catalani, appunto quello che è stato approvato, con più di tre milioni di finanziamento, senza bisogno di nessun co-finanziamento: http://cordis.europa.eu/project/rcn/196914_en.html col titolo HoNESt, acronimo di History of Nuclear Energy and Society.  Va innanzitutto notato che dal consorzio mancano alcuni Paesi. Certi Paesi. Intanto, dei quattro che il bando stesso chiedeva di includere (Russia, Ucraina, Giappone, USA), qui c’è solo la Russia, e cliccando sul + si vede che le destinano solo 15.000 euro, sui tre milioni abbondanti. E soprattutto manca l’Italia, totalmente. Mi chiedo come un progetto del genere possa arrivare a far conoscere e capire le resistenze contro il nucleare, vuoi quelle motivate da incidenti (Fukushima, Chernobyl, Three Miles Island), vuoi da altro, proprio per l’Italia. Già un anno prima, in effetti, avevamo chiesto di aderire proprio al loro progetto in quanto ci era sembrato decisamente lacunoso in campo italiano.

Ora il loro rifiuto di accogliere innanzitutto noi, e poi qualunque altro istituto dal nostro Paese, appare in una luce allarmante. Lacune talmente vistose appaiono non tanto casuali, quanto piuttosto sistematiche. Per integrare quanto riportato sopra da Stoccolma, va riconsiderata la graduatoria delle delocalizzazioni italiane che son riportate nel Power Point successivo a questo articolo in questo stesso sito del Dipartimento di Psicologia di UNISRITA: la Spagna (specialmente la Catalogna, nucleare ed industriale), di tutto quanto il mondo,  è il quarto beneficiario di queste preziosissime delocalizzazioni delle nostre imprese, collocandosi esattamente allo stesso quarto posto per prezzo dell’energia al Kwh. Questi nostri concorrenti non sanno produrre dei beni tanto desiderati da tutto il mondo come i nostri; per questo loro limite soffrono una pesantissima disoccupazione, però con il nucleare riescono a risucchiarci moltissimo del nostro lavoro. Altro che HoNESt, altro che assenza di conflitto d’interesse, altro che spirito dell’EURATOM, altro che il suo “dovere di condividere le cognizioni tecniche”. Esattamente al contrario, questi vogliono lasciarci come lo struzzo con la testa sotto la sabbia, per continuare a spennarci tranquillamente: non gli sembra vero, fin che questa pacchia dura ed è alimentata pure da media e politici nostrani. Questo capeggiato dal Direttore belga e dal vice-Direttore francese è proprio un bel gruppetto di pensatori. Prima pensavano che ci volessero da due a quattro milioni per un primo bando di tre complessivi, poi che per questa prima volta ne sarebbero bastati anche meno. Ma poi hanno visto che noi italiani ci svegliavamo e per la prima volta lo struzzo-Italia girava il becco invece che continuare ad offrire il deretano da spennare. Allora si sono invaghiti di questo bel progetto HoNESt, hanno concluso che racimolavano tre milioni per questo sforzo unico e definitivo: per metterci una pietra sopra a tutta questa storia; chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammece ‘o passato, non parliamone più di nucleare, parliamo di ‘ste benedette rinnovabili, e per solo uno o due milioni, non di più. Dal sito del seminario di Stoccolma, mi rivedo piazzato proprio davanti ad una slide

dove il vice-Direttore francese reclamizza appunto le rinnovabili (in grassetto: Europe must lead on the next generation of renewables… SSH will be critical in meeting them), invitando dunque anche quei rappresentanti degli istituti propalatori del nucleare nei propri Paesi a convertirsi e reclamizzare invece tali rinnovabili (che la Francia eviterà e rimpiazzerà con una nuova centrale nucleare, abbiamo visto sopra). Bisogna riconoscere onestamente che questo vice-Direttore francese risulta sintonico a quanto abbiamo sopra riportato nella sua lingua dal sito del suo Governo.

Altrettanto onestamente, la nostra esperienza non può concludersi aspettando i risultati del progetto HoNESt a fine 2018. Ci ritroviamo, che ci piaccia o no, arruolati in una impresa doverosa non solo per l’Italia, ma per la costruzione europea, che è nata e tuttora resta orientata in direzione diametralmente opposta a questi nazionalismi che la stanno drammaticamente spaccando e devastando, in un modo che poi alla fine, se noi lasciamo che la fine sia questa qui, risulterà irrimediabile.

  1. In conclusione, cosa si può fare prima che sia troppo tardi.

Sicuramente non aveva senso rispondere al bando preannunciato dal vice-Direttore.  Però, edotti dall’esperienza del bando precedente, non possiamo lasciare che l’Italia resti ferma così al palo. Bisogna costituire in Italia una rete di esperti, psicologi ma non solo, che diventi capace di confrontarsi con gli attori qui richiamati. Nessuno dall’Italia lo fa. Salvo un giovane, promettente storico fiorentino, ero l’unico italiano al seminario di Stoccolma.

Avendo avuto i necessari accreditamenti, www.unisrita.com  può presentare progetti di formazione all’FSE, sia a livello nazionale, che regionale, che comunale, da qualunque forza politica sia gestita quell’Amministrazione. UNISRITA è strutturalmente a-politica, interessata piuttosto a conseguire prestigio dall’importanza delle proprie attività, secondo la metodologia dell’accreditamento di stampo anglo-americano.  Per questo è più facile iniziare dal privato, considerando come le nostre imprese siano letteralmente e concretamente saccheggiate da questo contesto, se lasciato agire indisturbato.

Nel gruppo multi-professionale di ricercatori che si radunano attorno a UNISRITA si trovano molti degli autori con cui ho collaborato in questi anni, ad es. nella pubblicazione su “L’inganno dei fossili” http://bit.ly/2lqYJla ; altri si stanno aggregando su questi temi attraverso vari canali, banalmente anche attraverso Facebook. Ma vanno invitati particolarmente i colleghi psicologi italiani a partecipare. I contatti che questi hanno con l’economia non sono paragonabili a quelli strategici che hanno i colleghi di quegli altri Paesi, dove guidano le scelte più importanti: quelle energetiche.  Per mio intervento, dal CNEL, sull’allora Ministro del Lavoro Damiano, qui gli psicologi intervengono nella valutazione dello stress lavoro correlato, specialmente quello correlato all’impotenza lavorativa italiana. Senza invece nessun mio sostegno, gli psicologi italiani si sono dotati di una nostra Cassa-pensioni, l’ENPAP, dove si sono ridotti a scegliere fra investimenti sicuri ma non-remunerativi, o remunerativi ma volatili. Per questa seconda scelta una amministrazione dell’ENPAP aveva investito sull’ultima Lehman-Brothers, ed un’altra più recente sul nostro Debito Pubblico.

Gli psicologi italiani possono fare molto di più e molto di meglio. Cominciando dal coraggio di superare la Rimozione dei nostri media sulle cause del nostro disastroso sganciamento da tutti gli altri Paesi manifatturieri del G20. Come Freud invitava allora i colleghi a riscoprire coraggiosamente le origini della repressione sessuale in quel che era già noto a qualsiasi bambinaia, questo è il momento per i colleghi italiani di riscoprire le cause della nostra impotenza lavorativa nelle statistiche riportate dal Power- Point  al secondo link in questo stesso sito.

Colleghi, aderite a questa iniziativa, eccitante e promettente.

pierangelo.sardi@multiwire.net  3484112551, 0699802936

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